Ha pesato come una minaccia sull’uomo per secoli e secoli sulla vita degli uomini. Ora ci chiediamo se Dio ci voleva prendere per paura … Dio attraverso i profeti, ha fatto sapere che l’unica cosa che vuole dall’uomo è l’amore…

L’ira di Dio, i castighi, il giudizio, la pena eterna … sono state minacce incombenti sulla nostra vita, durante fanciullezza, adolescenza, giovinezza e forse continuano ad esserlo anche ora. Per la pedagogia del passato dovevano essere un deterrente per le deviazioni, oggi, purtroppo, immunizzati come siamo da una cultura laica, hanno finito per perdere la loro forza, ma non hanno risolto il problema di fondo: l’ira di Dio esiste? Contro chi o che cosa è diretta? In che senso l’ira di Dio ci potrebbe riguardare?

Cominciamo a riflettere sull’ira dell’uomo, come fenomeno psicologico, per capire la distanza tra questa e l’ira del Signore.

L’ira dell’uomo

L’ira è definita come “la reazione emotiva alla percezione di qualcosa di sbagliato o in-giusto,” spesso tradotta come “rabbia”, “collera”, “indignazione”, “irritazione”… Sia gli uomini che Dio manifestano l’ira, però c’è una differenza sostanziale tra l’ira di Dio e l’ira dell’uomo. Una differenza che cambia completamente le prospettive. Cominciamo con il primo passo.

L’ira fa parte del mondo dei sentimenti, che rappresentano il patrimonio spirituale a disposizione dell’uomo, per gestire i momenti più vari della sua esistenza: amore, dolcezza, fedeltà, comprensione … ma anche odio, durezza, aggressività, antipatia, severità … Per dire “ira” noi usiamo anche ad altri termini come “rabbia”, “indignazione”, “contestazione”, “irritazione”. Potremmo definirla come un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reagire contro ciò che contrasta con le nostre attese e desideri, contro ingiuste sofferenze e contrarietà, fisiche o morali.

Le modificazioni neurologiche e biologiche, a cui sono legati i sentimenti, ci dicono qualcosa, ma troppo poco, della ricchezza che essi lasciano intravvedere. Forse proprio per questo la pedagogia, intesa come accompagnamento della crescita, si sente inadeguata a dare un reale aiuto allo sviluppo armonico dei sentimenti.

L’ira è uno dei sentimenti forti, che creano problemi nelle relazioni sociali, ma rappresenta allo stesso tempo, un sistema di difesa della personalità minacciata. Capire da che cosa nasca e quali siano i suoi sviluppi è importante per poterla gestire o controllare. Qualcuno ha scritto che l’ira è un acido che può provocare più danni al recipiente che lo contiene che a qualsiasi cosa su cui venga versato. Per questo merita particolari attenzioni. È curioso notare che l’ira è la prima passione che si manifesta nell’uomo e persino nel fanciullo di pochi anni o nel bimbo di pochi mesi.

Le conseguenze dell’ira nei rapporti tra le persone possono essere non solo devastanti al momento, ma hanno conseguenze che durano nel tempo, lasciando solchi molto profondi, e creando lontananze, incomprensioni e rancori. Sant’Agostino ne riassumeva così il decorso: “L’ira è una pagliuzza, l’odio invece è una trave”.

Dopo l’uragano dell’ira

Cosa succede nella persona quando si adira? Che cosa cambia? Sempre scatta in noi un sistema di difesa, quando qualcosa ci minaccia. Quando la minaccia è grave, o ritenuta tale, il sistema difensivo ordinario salta e la paura ci acceca. Per questo il nostro proverbio dice che “L’ira è cattiva consigliera”, perché non siamo più in grado di controllare le nostre reazioni. L’ira, infatti, sconvolge la personalità, togliendole la capacità di difesa di noi stessi.

La razionalità, la padronanza di noi stessi sono il potere grande che abbiamo per mantenere l’assetto giusto di cui abbiamo bisogno nei momenti difficili.

Un primo sconvolgimento avviene già nel nostro sistema nervoso.  Per la neurobiologia l’ira è una delle strategie cerebrali per neutralizzare la paura. Chi si lascia prendere dall’ira è un insicuro: quando siamo serti di quello che siamo e di quello che pensiamo, non avremo bisogno di adirarci per difenderci dalle minacce. La crisi di ira è sostenuta da cambiamenti fisiologici: i muscoli si tendono, aumentano il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il ritmo respiratorio ed il cervello rilascia sostanze come l’adrenalina, che stimolano azioni protettive immediate con un eccitamento aggressivo.

A seguito di questo noi non controlliamo più le parole che diciamo e i gesti che facciamo. Un autore sconosciuto osserva: “Se mantieni la calma in un momento d’ira risparmierai cento giorni di dolore”. Diciamo che nel momento dell’ira non siamo più padroni di noi stessi: il nostro equilibrio è saltato. Passato quel momento vediamo con più calma i danni provocati dall’uragano: perdita della nostra immagine, legami di amicizia o parentela distrutti per chissà quanto tempo. Dopo aver contato i danni ci verrà spontaneo concludere: “Se avessi contato fino a dieci forse mi sarei trattenuto dal dire cose di cui ora mi pento”. Questo sarebbe già un recupero in positivo; molto peggio se, anche dopo lo sfogo d’ira cercassimo delle scusanti.

L’ira non si rivolge solo alle persone, può dirigersi anche contro animali o cose. Un carrettiere o un mandriano possono prendersela con le bestie che governano, un uomo infuriato può spaccare tutto ciò’ che gli capita sotto mano (piatti, bicchieri o qualunque cosa gli capiti a tiro); uno studente arriva a lacerare il foglio del compito riuscito male…

L’ira è un’energia dell’animo umano, che può essere negativa (distruttiva), ma anche positiva (costruttiva). In questo secondo caso la chiamiamo reazione indignata di fronte all’ingiustizia, all’arroganza, alla prepotenza esercitate sui deboli. In questo caso l’ira diventa un argine di difesa della giustizia.

Dobbiamo concludere che l’ira è uno dei sentimenti (forze interiori) di cui l’uomo dispone. Che sia positiva o negativa dipende dal motivo che la scatena e dal modo con cui è gestita.

LE TRE PIPE 

Un vecchio saggio indiano dava questo consiglio agli irruenti giovani della sua tribù: «Quando sei ve-ramente adirato con qualcuno che ti ha mortalmente offeso e decidi di ucciderlo per lavare l’onta, prima di partire siediti, carica ben bene di tabacco una pipa e fumala.

Finita la prima pipa, ti accorgerai che la morte, tutto sommato, è una punizione troppo grave per la colpa commessa. Ti verrà in mente, allora, di andare a infliggergli una solenne bastonatura.

Prima di impugnare un grosso randello, siediti, carica una seconda pipa e fumala fino in fondo. Alla fine penserai che degli insulti forti e coloriti potrebbero benissimo sostituire le bastonate.

Bene! Quando stai per andare a insultare chi ti ha offeso, siediti, carica la terza pipa, fumala, e quando avrai finito, avrai solo voglia di riconciliarti con quella persona».

Non dimentichiamo il famoso adagio indiano: “Quando sei adirato con qualcuno, non ti angustiare: siediti lungo la riva del fiume e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico”

Anche Dio si adira?

Con Dio la situazione cambia radicalmente. È un errore grave pensare Dio come uno di noi, sia pure infinitamente più grande: no, Dio è completamente “altro”. Sarebbe come chiederci: “Di che colore è l’intelligenza, la volontà? …

Con buona pace di pittori, filosofi, teologi, Dio non si può immaginare. Solo con la fede possiamo stabilire un rapporto con lui, ma conoscere con la fede non ha nulla a che fare con il nostro modo di conoscere. Tutto ciò che riguarda Dio noi lo possiamo esprimere solo con le “analogie”, che rappresentano l’unico modo possibile per accostarci al suo mistero.

L’analogia è una parola che deriva dal greco (analoghìa) e significa attribuire a due soggetti diversi la stessa caratteristica ma in modo diverso. Si tratta di somiglianza molto vaga, per cui dire “Dio ama … pensa … si commuove … si ricorda … ascolta … si pente …” non è la stessa cosa che possiamo dire di noi. È un modo molto limitato per capire Dio. Le cose che gli attribuiamo hanno un valore profondamente diverso da quello che producono in noi.

Premesso questo, diciamo subito che la Bibbia parla molto più dell’ira di Dio che dell’ira dell’uomo. Ci rimane da capire cosa significhi l’ira in Dio e che cosa essa rappresenti nei riguardi delle creature. Ci sono alcune premesse necessarie da chiarire per non cadere in equivoci. Dio è “altro” rispetto a noi:

È all’interno di questi parametri che dobbiamo collocare la nostra riflessione sull’ira di Dio. Dovremo fare riferimento alle parole della Rivelazione (Antico e Nuovo Testamento); ma, leggendo le Scritture sante, sarà necessario anche distinguere tra il messaggio di cui è “autore” Dio e il contenitore (la lingua e la cultura semitica che lo contengono). Come esempio prendiamo gli sfoghi del profeta Ezechiele, una delle più alte espressioni della spiritualità di Israele. Rileggiamo alcune delle sue espressioni più forti e cerchiamo di inquadrarle.

«Allora darò sfogo alla mia ira, sazierò su di loro il mio furore e mi vendicherò; allora sapranno che io, il Signore, avevo parlato con sdegno, quando sfogherò su di loro il mio furore» (5,13; cf. 6,12; 14,19; 20,8: tutti testi in cui ricorre il motivo dello sfogo dell’ira di Jahvè). Collera e giudizio di condanna vanno di pari passo: «Ora, fra breve, rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere e ti domanderò conto di tutte le tue nefandezze» (7,8). Nessuna preghiera varrà ad arrestare l’azione divina: «Ebbene anch’io agirò con furore. Il mio occhio non s’impietosirà; non avrò compassione: manderanno alte grida ai miei orecchi, ma non li ascolterò» (8,18). Jahvè si comporterà come uno sposo tradito: «Ti infliggerò la condanna delle adultere e delle sanguinarie e riverserò su di te furore e gelosia» (16,38).

Sono minacce pesantissime che possiamo capire alla luce della cultura da cui nascono; riflettono l’animo esasperato di un credente, irritato dal male che vede. Quelle espressioni non possono, però, contraddire le prime parole, che Jahvè ha detto di sé nel libro dell’Esodo: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (34,6).

Secondo i profeti, l’ira di Jahvè si volge anche contro i popoli pagani. Queste profezie vanno sotto il nome di “Oracoli contro le nazioni”. Noi ci limitiamo a sottolinearne una in cui il profeta Naum esulta per la caduta di Ninive:

«Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di sdegno. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici. Il Signore è lento all’ira, ma grande in potenza e nulla lascia impunito. … Davanti al suo sdegno chi può resistere e affrontare il furore della sua ira? La sua collera si spande come il fuoco e alla sua presenza le rupi si spezzano» (Na 1,2-3.6). Con queste parole il profeta introduce la descrizione della rovina della città nemica.

Prima della deportazione a Babilonia i pagani erano visti come gente depravata, dedita ai vizi peggiori; li chiamavano “cani” (animali immondi). I deportati vivendo a Babilonia hanno fatto esperienza, tra i pagani, di persone nobili, dalla morale apprezzabile e questo ha fatto cambiare l’opinione tradizionale.

L’ira di Dio … contro chi?

Ora possiamo riassumere, se vogliamo, il senso del percorso fatto fino qui. Ci sono alcune cose da evidenziare:

♦ In primo luogo, emerge il seguente dato: tutte le molteplici e varie manifestazioni dell’ira di Dio hanno un denominatore comune: là dove il male minaccia l’umanità la collera di Dio minaccia di scatenarsi o scoppia effettivamente, ne sono testimonianze

il Diluvio, la Torre di Babele, la distruzione di Sodoma e Gomorra. Non si tratta di punizioni, ma di interventi di salvezza. Esattamente come nel caso del chirurgo che interviene rimuovendo una parte malata per salvare l’organismo.

Nella presentazione del Decalogo Dio aveva dichiarato «Io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso» (Dt 5,9), geloso non a difesa di se stesso ma delle creature la cui libertà è a rischio.

♦ In secondo luogo, di regola il motivo dello scatenamento della collera divina è costituito dalla trappola del peccato in cui gli uomini sono incappati. In particolare, il popolo di Israele causa la collera di Jahvé con la sua infedeltà verso l’alleanza, pattuita con Dio. L’ira di Dio si scatena contro il peccato e non contro il peccatore che ne è l’incauta preda. Con la morte del Figlio in croce, il potere del male è finito (tutto il libro dell’Apocalisse ha questo tema).

♦ In terzo luogo, quelli che noi chiamiamo “castighi di Dio”, ritenendoli l’esito della sua ira, in realtà sono l’attribuzione scorretta del nostro comportamento a Dio, e sono, invece, l’espressione della premura misericordiosa con cui Dio si offre per aiutarci ad uscire dalle situazioni negative in cui siamo finiti. Non dimentichiamo che Dio non castiga, bensì corregge. Il castigo è lo sfogo (ira) per un’irritazione; la correzione, invece, è sempre segno di amore, perché solo chi ci ama ci corregge.

Gesù il cuore di Dio

«Dio nessuno l’ha mai veduto: il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che ce lo ha rivelato» (Gv 1,18). Così si esprime il IV Vangelo. La vita del Figlio è il libro più sicuro e diretto per conoscere il vero volto di Dio. Non ci è difficile, percorrendo i capitoli della sua vita, rimanere incantati dal volto splendido del Padre.

I peccatori (quelli che sono caduti nella rete dal male) sono il motivo della sua venuta: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Non li allontana, va loro incontro, parla bene di loro nelle sue parabole, siede a mensa con loro. Per questo sarà accusato di “essere amico dei pubblicani e dei peccatori” e non se ne vergognerà.

Ingiustamente appeso al patibolo degli schiavi, coperto di sputi, di insulti e di ferite, non scatenerà la sua ira per distruggere chi aveva voluto quell’infamia e chi l’aveva materialmente realizzata, ma dedicherà loro l’ultimo gesto di amore: «Padre perdonali, non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Assolti per semi infermità mentale.

C’è un episodio, nella vita di Gesù, in cui si è manifestata l’ira di Dio. È avvenuto nel tempio in un giorno di ressa. «Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!» (Gv 2, 14-16). Nella casa paterna si incontrano fratelli e sorelle, al mercato invece ci sono venditori e compratori. La gente che era venuta per incontrare il Padre con i fratelli e le sorelle aveva trovato un mercato (compratori e venditori). Inoltre quel mercato era l’umiliazione dei poveri, venuti per incontrare il Signore e per portare il loro obolo al tempio, ma che erano costretti a comprare gli animali per l’offerta a prezzi maggiorati, e a cambiare le loro monete per il tesoro del tempio al cambio forzato. Questo aveva provocato l’ira del Figlio, il quale voleva che tutti ritrovassero la casa paterna come l’avevano sognata.

È di Gesù il consiglio paradossale per spegnere la spirale dell’ira: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra …» (Mt 5,39 seguenti). Non è stato capito e non è capito nemmeno oggi; lui l’ha fatto e ha spento su di sé la spirale dell’odio, trasformandolo in perdono e amore. Un Indù come Gandhi, a differenza di molti cristiani, lo ha capito e imitato.

Gesù, con le sue vicende e le sue parole, ci ha rivelato, senza alcun dubbio, che cos’è l’ira di Dio: la premura con cui il Padre impedisce che i figli diventino preda del male. È una delle manifestazioni più alte della cura che ha per noi.

Dal “Salmo” la luce per continuare a credere

Sono molti i Salmi che fanno riferimento all’ira di Dio. Sono le situazioni più diverse che spingono un’orante a chiedere a Dio il “perché” di quello che lo sta riducendo alla disperazione. Il Salmo 87 molti esegeti l’hanno definito: “Il più drammatico De profundis, il Cantico dei cantici del pessimismo…”; il grido estremo, simile ad un SOS lanciato verso Dio.

2Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte.

3Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l’orecchio alla mia supplica.

4Io sono sazio di sventure, la mia vita è sull’orlo degli inferi.

5Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa,  sono come un uomo ormai senza forze

6Sono libero, ma tra i morti, come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo, recisi dalla tua mano.

7Mi hai gettato nella fossa più profonda, negli abissi tenebrosi.

8Pesa su di me il tuo furore e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.

9Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo,

10si consumano i miei occhi nel patire.

11Compi forse prodigi per i morti? O si alzano le ombre a darti lode?

12Si narra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà nel regno della morte?

13Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi, la tua giustizia nella terra dell’oblio?

14Ma io, Signore, a te grido aiuto e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.

15Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?

16Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte, sfinito sotto il peso dei tuoi terrori.

17Sopra di me è passata la tua collera, i tuoi spaventi mi hanno annientato,

18mi circondano come acqua tutto il giorno, tutti insieme mi avvolgono.

19Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi fanno compagnia soltanto le tenebre. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani.

L’autore di questo Salmo è un credente messo a dura prova da situazioni che lo hanno colpito. Nonostante i toni angosciosi della sua preghiera, rimane fiducioso in Dio. Le sue sofferenze sono dovute a malattia e solitudine in cui lo hanno lasciato quelli di cui si fidava: «Hai allontanato da me i miei compagni». Egli si ritiene peccatore, oggetto dell’ira, dello sdegno di Dio. Tutti si sono allontanati da lui come fosse un colpevole da evitare, ma egli non può rinunciare a pensare come Dio è salvezza e perciò pronto a perdonare.

Non sa capacitarsi del perché Dio non accolga il grido della sua preghiera, liberandolo dalle sofferenze: «Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?»; ma non desiste, poiché nella preghiera avverte che Dio lo tiene al riparo dalla disperazione: “Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte”. La sua speranza è che Dio lo guarisca, poiché, con la sua discesa agli inferi, Dio non riceverà da lui alcuna lode (Cf. Ps 6). La sua lode salirà a Dio con la guarigione.

Ma la guarigione non viene, e così si considera come uno che ha già i piedi nella fossa e per il quale Dio non ha prodigi da compiere. Al salmista sofferente pare di non avere vie d’uscita: “Sono prigioniero senza scampo”.

Il salmista non può che considerarsi oggetto dell’ira divina. Non è detto, però, che il salmo esaurisca tutto il pensiero del salmista il quale continua ad affidarsi  alla fede in Dio, e ad una preghiera che non si arrende e non vuole arrendersi, poiché Dio rimane per lui il “Dio della mia salvezza”.

Percorso del Salmo

“Esegesi” significa “tirare fuori… far emergere” quello che una parola contiene. Le parole dei Salmi, come ogni parola di Dio, sono degli scrigni da aprire per scoprire il tesoro che racchiudono. È quello che intendiamo fare con le parole di questo Salmo.

«Signore, Dio della mia salvezza…». Il Salmo si apre con un’affermazione di fiducia, espressa in una situazione di sofferenza e nell’attesa di una risposta: «Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l’orecchio alla mia supplica».

«Io sono sazio di sventure … fra quelli che scendono nella fossa … Sono libero, ma tra i morti dei quali non conservi più il ricordo…». All’orante non resta quasi altro che salmodiare le sue sofferenze a un Dio che lo ha rimosso (reciso) con la sua mano.Più che disperazione è profonda amarezza, è amara delusione, Gli sembra che all’origine delle sue sventure ci sia Dio.

«Pesa su di me il tuo furore e mi opprimi con tutti i tuoi flutti». È angosciante questo silenzio di Dio. Il pensiero va spontaneamente al Salmo 22, che Gesù ha citato nella sua passione: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Per l’orante, per il quale Dio era tutto, ora non c’è che la tomba, lo Sheol, il luogo dei dimenticati. In questa angoscia sentiamo la presenza di una luce: l’orante continua ad avere fiducia in Dio … se no, perché si rivolgerebbe a lui? Il Getsemani di questo anonimo orante si trasforma nel Getsemani del Cristo, abbandonato dal Padre e dagli uomini. Il Salmo diventa anche il grido di sofferenza per l’assenza di Dio che il fedele prima o poi sperimenta.

«Compi forse prodigi per i morti?». Adesso la sua preghiera diventa una pressione personale su Dio: «Si narra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà nel regno della morte …». La storia di Israele è il racconto delle opere di Jhwh per il suo popolo e l’orante si chiede se per lui che è nel regno dei morti, il suo Dio non abbia più intenzione di occuparsi, cosicché Dio non sarebbe più il suo Dio. È come un innamorato che si sente abbandonato, ma che continua a credere che l’amore non sia finito. Questo ce lo fanno pensare le espressioni che seguono: «1Si narra forse la tua bontà nel sepolcro … Si conoscono forse nelle tenebre della tomba i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio?»
. Dio continua ad essere al centro della sua attenzione.

«Ma io, Signore, a te grido aiuto e al mattino viene incontro a te la mia preghiera». Ecco la conferma, quasi ostinata, della sua fiducia. È questa garantisce che la storia d’amore non è finita. Proviamo anche a rileggere i corrispondenti versetti del Salmo 22 (vv. 3-4): «Mio Dio, grido giorno e notte e non rispondi … Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele». Su di lui grava la mano di Dio, che non è la mano del vendicatore, ma dell’amato.  In questa preghiera si sente il rinascere di una certezza: “Dio tornerà a parlargli”.

«Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?». La forza dell’orante è questa capacità ostinata di interrogare, di credere che una risposta arriverà. Di fronte al dramma del dolore e della morte, la differenza tra il credente e l’ateo è che, mentre questo si chiude nel suo silenzio, il credente reagisce interrogando Dio. È l’ostinata domanda di Giobbe a Dio: «Dimmi perché» che alla fine avrà risposta, non nel senso che il patriarca troverà conferme alle sue idee, ma perché Dio lo porterà su sicurezze molto più stabili.

«Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte …». Si dice che il giorno della nascita inizia il cammino verso la morte. Il “memento mori” (ricordati che devi morire) della sapienza degli antichi, aiutava a non cadere nell’illusione dell’immortalità, che ci fa trovare impreparati ai cambiamenti della vita.

«Sopra di me è passata la tua collera, i tuoi spaventi mi hanno annientato …». Si dice che gli uragani strappino agli alberi le foglie, ma inducono l’albero ha mandare le radici più in profondità. Così per il credente: la prova fa perdere alcune sicurezze marginali, ma fa crescere certezze molto più profonde.

CICATRICI … 

In un caldo giorno d’estate un bambino aveva deciso di nuotare nella laguna dietro casa sua. Andò e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre vide con terrore quello che stava succedendo: un coccodrillo avanzava verso il bambino. Corse disperatamente verso di lui, gridando più forte che poteva. A quel punto il bambino si rese conto di ciò che lo minacciava. Troppo tardi. La madre afferrò il figlio per le braccia, proprio quando il caimano gli afferrava le gambe. La donna tirava con tutta la forza che aveva. Il coccodrillo era più forte, ma la mamma era molto più determinata. Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise il coccodrillo. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare.

Quando uscì dal trauma, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e gliele fece vedere.

Poi, con grande orgoglio si rimboccò le maniche e disse: “Ma quelle che deve vedere sono queste”. Erano i segni delle unghie di sua madre che l’avevano stretto con forza. “Le ho perché la mamma non mi ha lasciato e mi ha salvato la vita”.

Anche noi abbiamo cicatrici di un passato doloroso. Alcune sono causate dai nostri peccati, ma alcune sono le impronte di Dio quando ci ha sostenuto con forza per non farci cadere fra gli artigli del male. Ricorda che se qualche volta la tua anima ha sofferto…. è perché Dio ti ha afferrato troppo forte affinché non cadessi!

Salmo 78(77): l’ira di Dio

21 Perciò il SIGNORE, quando l’udì, s’adirò aspramente
e un fuoco s’accese contro Giacobbe; l’ira sua si infuriò contro Israele,

31 quando l’ira di Dio si scatenò contro di loro, uccise i più vigorosi, e abbatté i giovani d’Israele.

38 Ma egli, che è pietoso, perdona l’iniquità e non distrugge il peccatore. Più volte trattenne la sua ira e non lasciò divampare tutto il suo sdegno,

49 Scatenò su di loro il furore del suo sdegno, ira, indignazione e tribolazione, una moltitudine di messaggeri di sventure.

50 Diede sfogo alla sua ira; non preservò dalla morte la loro anima, ma abbandonò la loro vita alla peste.

58 lo provocarono a ira con i loro alti luoghi, lo resero geloso con i loro idoli.

È il Salmo più lungo del Salterio dopo il Salmo 119. È legato a molti episodi narrati nel libro dell’Esodo. Si tratta di una “sequenza di premure di Dio verso il suo popolo che, invece, risponde con l’ingratitudine, la mormorazione e la ribellione. C’è una premessa didascalica che invita a trasmettere ai figli quanto è successo perché siano più saggi dei loro padri: «Non siano come i loro padri/ generazione ribelle e ostinata, / generazione dal cuore incostante / e dallo spirito infedele a Dio».

Il Salmo procede con questa alternanza: prima il racconto delle opere di Dio a favore del suo popolo e poi l’incomprensione e la ribellione degli Israeliti. Prova a sottolineare questi passaggi dalle premure di Jhwh all’ingratitudine dei suoi figli d’ Israele. Puoi fare anche l’applicazione alla tua vita.

L’altra cosa da sottolineare è la reazione di Jhwh all’ingratitudine del suo popolo. Ai verbi attribuiti a Dio (Devastò le loro vigne … Diede ai bruchi il loro raccolto … Devastò le vigne … Scatenò contro di loro … fece perire … ecc.) bisognerebbe sostituire “permise”. Non è Dio che ci punisce, siamo noi che creiamo a noi stessi situazioni difficili. Nell’estratto iniziale che ho messo ci sono le reazioni di Dio deluso e mareggiato. Tienile presenti per capire, in seguito, il cuore di Dio.

Il compito che rimane a te ora è, rileggendo il Salmo intero, vedere come reagisce il cuore di Dio nei confronti dei ribelli.